sabato, 07 novembre 2009

Nessuna canzone oggi, nessun racconto.

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7 NOVEMBRE: GIORNATA PER LA RICERCA SUL CANCRO

(http://www.airc.it)

Capire per guarire: la ricerca diventa cura

I ricercatori hanno sviluppato nuove terapie che migliorano la curabilità del cancro e stanno scoprendo i punti deboli della malattia.

La ricerca sul cancro oggi è in un momento decisamente favorevole, perché le conoscenze acquisite negli ultimi 40 anni ci permettono di trasferire in tempi molto rapidi i risultati del laboratorio in cure per il paziente, cambiando faccia alla cura del cancro. La strada che abbiamo davanti è quella che dal Dna porta al letto del paziente.

È questa la sfida che deve fronteggiare l’oncologia molecolare. Il momento è giusto, perché dopo anni in cui la ricerca di base ha permesso di individuare le caratteristiche delle cellule tumorali e, talvolta, di creare farmaci adatti alla loro eliminazione, ora è necessario rafforzare il percorso che, partendo dalla conoscenza della malattia tumorale consente sia l’identificazione di nuovi strumenti di diagnosi precoce, sia la definizione di target molecolari che possono essere colpiti con nuovi farmaci capaci di colpire molto selettivamente le cellule del cancro.

Capire prima di agire. Capire se la malattia è curabile ma non guaribile, per contenerla il più possibile con una vita di qualità, per guadagnare tempo per le nuove cure che nel frattempo la ricerca sta scoprendo. Capire se il tumore che dobbiamo curare ha un “tallone d’Achille”, un punto debole che lo rende vulnerabile alle nostre cure per debellarlo una volta per sempre.

Questo tema apre alle prospettive più interessanti: stiamo scoprendo, giorno dopo giorno, nuovi punti d’attacco per sapere dove colpire. Bisognerà capire quale “vettore” usare, la risposta verrà dalle nuove tecnologie in grado discoprire nuovi nano vettori in grado di portare cure sempre più mirate.

La conclusione di questo percorso della ricerca è nell’evoluzione che si sta compiendo in una nuova figura professionale: il clinico/ricercatore, in grado di tradurre in realtà concrete le sempre maggiori conoscenze acquisite e, nello stesso tempo, di riportare in laboratorio i bisogni dei malati, grazie alla vicinanza con i reparti di cura. È l’ultimo obiettivo di AIRC che si è tradotto nel programma speciale “Molecular Clinical Oncology”, che dovrà trasformare i risultati della ricerca in benefici tangibili per i pazienti, cambiando la faccia alla cura del cancro.

Per tutti coloro che hanno vinto la loro battaglia, ma soprattutto per chi, come il mio amato papà, sta perdendo questa lotta estenuante. Il cancro riguarda tutti noi, aiutare la ricerca è un dovere. Per me, oggi , essere socia dell' Airc è soprattutto un gesto d'amore nei confronti di mio padre. L'unica cosa concreta che posso fare per combattre  il suo nemico. Quando giorno dopo giorno assisti impotente al crollo fisico e psichico di una persona che ami a causa di questo male fottuto, l'unica cosa che desideri dopo avere maledetto dio o chi per lui è che nessuno  al mondo debba mai più soffrire e morire per questo. O almeno non in questo modo, senza nessuna dignità. Un giorno, forse noi, o forse i nostri figli, potranno convivere con questa malattia come oggi si fa col diabete o con altre malattie croniche.

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lunedì, 26 ottobre 2009
Mi piace l’autunno. Amo raccogliere i funghi e le castagne, adoro mangiare le caldarroste e accompagnarle con qualche bicchiere vino. Amo correre sul lungomare quando c’è quel sole che giorno dopo giorno comincia a sbiadire, e i tramonti che incendiano il cielo. Sarà che le stagioni di mezzo sono meno sfacciate, sarà che io in autunno ci sono nata…Non so. In autunno ho la sensazione di ritrovare la mia dimensione naturale. A sto giro sono 34, e qualche insano pensiero mi attraversa inevitabilmente il cervello. Quest’anno avevo deciso di non festeggiare per nessun motivo al mondo, non volevo assolutamente cedere alle richieste di amici, familiari e affini. Volevo semplicemente scivolare incosciente verso domenica 25 e fare finta di nulla. Ma invece no. Sono una debole. Per prima cosa, giovedì ho festeggiato col mio moroso, poiché l’indomani sarebbe partito per lavoro. Ma questo non si può considerare un vero festeggiamento. Poi, senza nemmeno rendermene troppo conto,  mi sono lasciata coinvolgere in una pizza con i colleghi di ufficio più qualche imbucato. Come da copione la semplice pizza  si è trasformata in una serata con tanto di torta,  ricchi premi e cotillons, di regali che non metterò mai,  piogge di baci e abbracci,  gente ubriaca che intona “tanti auguri a te” incurante dei miei minacciosi “se la cantate vi uccido con queste mani”. Ma d’altra parte  c’era anche una collega che di anni beata lei ne compiva 27, e lei la canzoncina la voleva proprio, così come la torta con scritto “auguri bimbe, sono 61”. Tra me e lei ci passa tutta una generazione , ahimè. E si sente. Ma poi, alla fine, è andata bene così. A questo punto la macchina del compleanno si è messa in moto inarrestabile ed inesorabile, e quindi ho ceduto del tutto. Ma  solo perché mi sono ricordata che non c’è peccato ad essere felici di essere vivi, solo questo ho pensato. Perché, alla fine, è bene prendere coscienza che la sfiga che mi si è rovesciata sopra a secchiate e la bruttura in cui annaspo da diverso tempo, che pare non finiscano  mai, ma proprio mai di torturarmi, non le posso combattere ignorandole. Ma solo esorcizzandole. Guardarle in faccia e pensare che comunque i’m tougher than the rest, e perciò mi sono infilata i miei stivali texani con tacco cazzuto e quei jeans attillati che posso ancora permettermi (impennata di autostima) e sono andata con un paio di amiche in un locale a sentire un gruppo che fa buon rock americano e vivaddio! Ormai lo so da tempo che Bruce è l’unica droga a cui mi abbandonerò mai nella vita per sopravvivere, che è l’unica cosa che mi salverà dal baratro SEMPRE e COMUNQUE, e quindi è bene ficcarmi in testa una volta per tutte questo mantra : “you wake up in the night/ with a fear so real/ spend your life waiting for a moment that just don’t came/ WELL DON’T WASTE YOUR TIME WAITING . E quindi LET’S ROCK! Il locale è piccolo e l’acustica insostenibile, ma qui si fanno aperitivi lunghi ottimi e goderecci, per cui ordino la mia (prima) Ceres e comincio a stimpanarmi con un sacco di cover dei Lynyrd Skynyrd che amplificano la mia sensazione goduriosa a mille. Questi ragazzi qua, che di vista conosco, sono bravi davvero. Non sapevo che suonassero in un gruppo tra l’altro. Il cantante ha una voce potente, il tastierista è completamente immerso nel suo mondo e pigia i suoi tasti incurante di tutto, privo di espressioni. Il batterista pesta come un ossesso e osservandolo decido che sono definitivamente attratta dai batteristi. I due chitarristi sono capelloni dall’aria molto on the road, il bassista ha su la maglia del tour 2005 ed è rilegato in un angolo  buio da cui fa ben bene il suo  dovere . Su tutti troneggia la bandiera con l’effigie della famosa band americana. Io mi diverto un sacco e devo ammettere che in fondo mi bastano cose semplici, seppur essenziali. Hanno fatto un pezzo come Simple Man, dopo tutto. Che è un onesto e sano motivo per cui essere contenti, secondo me. Dopo un’ora ho le orecchie che praticamente sanguinano, non riesco a sentire la mia amica che mi parla ad un centimetro di distanza, e quindi non potendo fare altro continuiamo a bere  e a mangiare pane fritto e tartine ipercaloriche varie. La seconda Ceres me la offre un tizio sconosciuto, che solo dopo ho identificato in un orribile individuo portatore di jeans bianchi, calzini bianchi e mocassini anch’essi bianchi. Quando si dice avere classe da vendere. La terza Ceres me la offre un amico, visibilmente fluttuante in una bolla di alcol, che da una settimana invita gente a questo concerto di questa band di cui lui è un po’ manager nonché addetto alle p.r. Siccome sapeva che era il mio compleanno, e siccome c’ho del buono (Che dopo l’albanese in pendant, sono migliaia punti ) mi ha promesso giorni fa una canzone di Springsteen. Si, perchè anche se  questi tizi fanno praticamente  solo cover dei Lynyrd Skynyrd sono estimatori del Nostro. Soprattutto il batterista (lo sapevo che c’era feeling) . Ma comunque arrancando fino al mio tavolo mi dice che no, non possono fare Bruce, non lo sanno suonare, che non è proprio così semplice la cosa. Ma va? Comunque la terza Ceres  la rifilo a lui, non fosse che sono stufa di contare i passi dal tavolo al bagno e viceversa. Finale col botto, Free bird, tutti in piedi a ballare, cappelli da cow boy derubati al cingalese di turno che svolazzano qua e là e poi vado a complimentarmi col batterista springsteeniano. Quando ci si riconosce tra simili, è inevitabile.
Tutto bene quindi. Sono 34, e non li sento affatto. Forse non è una cosa buona, ma so di per certo che non vorrei cambiare di una virgola. Perché sento ancora la gioia di vivere scorrermi nelle vene dopo una serata con qualche buon amico, un paio di birre, e del sano rock ‘n ‘roll e non credo sia una cosa da poco. In fondo, noi schiavi felici di insane passioni, si cresce ma non si invecchia.
 
SIMPLE MAN, LYNYRD SKYNYRD
Mama told me when I was young
Come sit beside me, my only son
And listen closely to what I say.
And if you do this
It will help you some sunny day.
Take your time... Don't live too fast,
Troubles will come and they will pass.
Go find a woman and you'll find love,
And don't forget son,
There is someone up above.

 And be a simple kind of man.
Be something you love and understand.
Be a simple kind of man.
Won't you do this for me son,
If you can?

Forget your lust for the rich man's gold
All that you need is in your soul,
And you can do this if you try.
All that I want for you my son,
Is to be satisfied.

Boy, don't you worry... you'll find yourself.
Follow you heart and nothing else.
And you can do this if you try.
All I want for you my son,
Is to be satisfied.
venerdì, 09 ottobre 2009

…Ma anche no. Il dolore sordo è cominciato con l’annuncio del nuovo singolo di Vasco Rossi, il nostro amatissimo rocker di Zocca, nonchè orgoglio nazionale di intere generazioni di sconvolti che non hanno più santi né eroi. Si. Fa male doverlo ammettere, ma è così. Fa male perché Il Sig. Rossi,da un numero imprecisato di album, si è adagiato sui comodi allori della sua fama tutta italiana, producendo roba che oggettivamente  è di una banalità sconcertante e di una bruttezza senza fine. Ormai completamente perso nella melma popettara, ha lasciato affogare  quella specie di  ribellione degli esordi, quella sottile vena alternativa che timidamente pulsò anni e anni addietro. Quella che lo portò a cantare  sul palco del Festival di Sanremo piuttosto ubriaco, per intederci. Cosa per la quale avrà sempre il mio rispetto, insieme all’aver composto  “Jenny è pazza”. Perché io mi ricordo quando cantava questa degna canzone. Ma chissà se se lo ricorda lui.  Nonostante abbia gettato alle ortiche tutto quanto di buono poteva esserci e che invece non c’è stato, l’evidente fascinazione che suscita nelle masse di fatto sopperisce alla povertà di contenuti della sua arte. Detto volgarmente, oggi 9 ottobre 2009 basta che incida un rutto per vendere mìoni di mìoni di copie del rutto suddetto. E d’altra parte, un po’ di ragione ce l’ha pure lui. Perchè sbattersi se ormai basta rattoppare un testo con un po’ di OHHHHH oppure EHHHHHH o peggio ancora con orribili NANANAAAA’ per riempire gli stadi  ? Ma comunque, io qui oggi non voglio sparare sulla Croce Rossi, giacchè non me ne può fregare di meno se lui vende rutti, se scrive testi in cui non crede nemmeno da sbronzo, se è depresso e demotivato (parole sue), se vuole tornare a cantare nelle arene imbracciando di nuovo una chitarra per ritrovare il menestrello che è in lui. Non mi importa, che faccia quel che vuole. Tanto già lo so che vivo in un paese che è in coma musicale dai tempi di Giuseppe Verdi. Ma soprattutto l’ho già accettato e l’ho già anche superata questa disgrazia. PERO’. Dovrebbero esistere  delle regole ferree per i coverari italiani, dei principi morali nonché del sano rispetto per quello che toccano con le loro sudice manacce neomelodiche. Quando ho appreso che “Ad ogni costo” era in realtà la cover di Creep dei Radiohead mi è venuto il magone.  Perché proprio Creep? Creep è tra le canzoni che più di tutte, in quel periodo dei miei vent’anni, mi diede la spinta per uscire dalla piccola bottega degli orrori musicali, che mi diede la motivazione, la voglia di farcela. E’ stata quella famosa mano che si allungò per trarmi in salvo dal girone infernale di MTV. La timida luce oltre le spesse nubi che offuscavano il mio cervello. Così come lo furono i Nirvana con quel bonazzo maledetto, disgraziato e autolesionista che fu Cobain, pace all’anima sua. Poi arrivò Bruce, e  fui blinded by the light e tutto il resto. Ma il primo richiamo alla vita  dopo il grande sonno lo devo a loro, fondamentalmente. Quindi già covo un astio notevole per motivi puramente personali. Ma valutando la questione da un punto di vista più oggettivo, vorrei dire che tutto questo è una VERGOGNA, UN CRIMINE MUSICALE E UN VILIPENDIO AL ROCK.

Ma prego, andiamo ad analizzarne insieme il testo:

 

 

When you were here before                               Guarda che lo so
Couldn't look you in the eye                             che gli occhi che hai

 You're just like an angel                                 non son sinceri
Your skin makes me cry                                  sinceri mai
You float like a feather                                  Già da  quando ti svegli
In a beautiful world                                       Nananà
And I wish I was special                              Tanto è lo stesso
You're so fuckin' special                             Soffro anche spesso
But I'm a creep, I'm a weirdo.                     Ma sono qui amo dirtelo
What the hell am I doing here?                   Voglio restare insieme a te
I don't belong here.                                      Ad ogni costo
I don't care if it hurts                                  Guarda che lo so
I want to have control                                che gli occhi che hai
I want a perfect body                                 Non son sinceri
I want a perfect soul                                sinceri mai
I want you to notice                                neanche quando ti svegli
When I'm not around                               nanana
You're so fuckin' special                          tanto è lo stesso
I wish I was special                                 soffro anche spesso
But I'm a creep, I'm a weirdo.               Ma sono qui  amo dirtelo
What the hell am I doing here?            voglio restare insieme a te
I don't belong here.                                amo dirtelo
Whatever makes you happy                  Gurada che lo so
Whatever you want                               mi trdirai
You're so fuckin' special                      io ti conosco
I wish I was special...               e lo farai senza neanche
rimorso
But I'm a creep, I'm a weirdo,              Ma sono qui amo dirtelo
What the hell am I doing here?           voglio restare insieme a te
I don't belong here.                               ad ogni costo
I don't belong here.                               ad ogni costo

And last but not least vorrei sottolineare che il bridge della canzone originale,  e cioè quello che fa

She’s running out again
She’s running out
She run, run, run run
Run

è stato  sostituito con “nanana”. NA-NA-NA.

 

 

Ora, se il Sig. Rossi decide che vuole rendere omaggio ad una bellissima canzone rock mettendoci del suo, per quanto l’idea mi turbi a priori, che lo faccia pure. Ma un conto è fare una cover, un conto è prendere una canzone con un suo bel perché, snaturarla e tramutarla in un motivetto da fischiettare sotto la doccia. Le cover di per sé non sono un male, per la musica. Si veda Jersey Girl, pezzo meraviglioso di Tom Waits coverizzata  da Spirngsteen, il quale non solo ne ha rispettato il senso ma se possibile l’ha ulteriormente arricchita con il suo vissuto. Oppure si prenda Last Kiss dei Pearl Jam. Sfido chiunque abbia mai ascoltato Eddie Vedder cantare unplugged questa canzone a rimpiangere il pezzo originale.  Pertanto io dico che per il coveraro italico medio, assolutamente incapace di fare altrettanto, dovrebbero esistere delle regole precise in merito. Almeno morali.  Regole che  impongano ai signori in questione  per prima cosa  il rispetto per il significato del testo. Perché aver banalizzato e reso ridicolo nonché inutile il testo di Creep con parole che  anche mio cugino di 7 anni sarebbe riuscito ad assemblare con la stessa mestria  è una cosa che NON SI FA. Mi urta nel profondo, e mi fa venire anche un po’ di nausea.  Forse il Sig. Rossi non conosce bene l’inglese.  Ma so che la risposta non sta nella sua ignoranza della lingua, ma solo nella vuotezza artistica in cui brancola da troppi anni. (laddove vuotezza non è un termine sgrammaticato, bensì un neologismo tra "vuoto" e "schifezza" ). Caro il mio Blasco dei bei tempi andati,  deve sapere che Creep è una specie di “inno” in cui è espresso (e molto bene anche) il disagio adolescenziale dei primi anni novanta, il male di vivere della generazione grunge. Alla luce di ciò, in questi giorni molti di noi si sono fatti questa semplice domanda: cosa stacazzo c’entra la  sua patetica storiella di  uomo cornuto e felice di esserlo con il significato intrinseco di Creep? Gentilmente ce  lo dovrebbe spiegare lei, perché noi da soli non ci arriviamo. Quando Thom Yorke  canta “But i’m a creep, i’m a weirdo, what the hell am i doing here? I don’t belong here” ci mette tutta la malinconia e la disperazione di cui è capace in quelle parole. Quindi signor Rossi, vada a riempire le arene cantando le sue opere d’arte, la sua somma poesia, ma sua e basta , che con le cover proprio non ci siamo. Ma soprattutto lasci in pace il rock  che  non è cosa per lei ormai. Il peggio di tutto questo non è il fatto che un testo così intenso e sentito venga preso e maciullato ad uso e consumo di folle adoranti, non è nemmeno il fatto che  tanti (ma proprio tanti) in questi giorni stiano gridando all’ennesimo capolavoro del rocker di Zocca senza sapere che la musica su cui viaggiano i suoi nananà arriva direttamente dal suo ipod. La cosa che più mi fa orrore è che quella marea di ragazzini che appena sentono una nota di Vasco gridano al miracolo crescerà senza mai aver ascoltato i Rediohead. Questa amara riflessione mi porta inevitabilmente ad altri pensieri ancor più amari, se possibile. Ricordo con inquietudine anche la brutta cover dei REM che fece Ligabao, al quale comunque riconosco il merito di avere almeno cercato di salvarne il senso. E allora io a questo punto  mi chiedo perché. Perché dio del rock permetti questo? Perché tutta questa sofferenza? E me lo chiedo anche e soprattutto perché mercoledì scorso, mentre facevo zapping in tv, mi sono imbattuta in una felice rivisitazione del brano “Smells like teen Spirit” dei Nirvana ad opera delle Yavanna. Per chi non lo sapesse ( e mi auguro di cuore che siano in tanti) le Yavanna sono un gruppo vocale di ragazze molto carine dotate di voci molto armoniose, che si esibiscono vestite da fatine dei boschi con l’aggiunta di simpatiche orecchie da elfo sulla testa. Poi gli addetti alle esibizioni di X Factor hanno capito che le orecchie da elfo non facevano proprio tutta questa simpatia, e nemmeno facevano voti, e quindi hanno pensato di trasformale in vacconi da calendario  addobbandole con vestiti di pizzo, guepiere e frustini. E conciate così hanno fatto scempio dell’inno grunge per antonomasia.  Il dio del rock ha abbandonato per sempre questo paese, sappiatelo tutti.

 

 

SAVE THE ORIGINAL
 
 
 
giovedì, 17 settembre 2009

Ieri notte pensavo ad un po’ di cose, perché di dormire ormai non se ne parla proprio. E cercavo di pensare a cose non brutte, ma soprattutto utili. Pensavo al blog che non aggiorno da mesi, al fatto che forse è troppo serioso, pensavo alla musica che ascolto e a come mi vede la gente in generale. Che potrebbero sembrare tutte cose alquanto scollegate tra loro, mi rendo conto, ma invece no. Premetto che la mia cultura musicale ha raggiunto livelli decenti in questo ultimo decennio, indicativamente tra i 24 e i 34 anni. Dai 20 ai 24 ho dovuto risalire la china, ed è stata durissima. Prima dei 20 anni ho quasi paura a confessare che cosa ascoltavo. Che poi “ascoltavo” si fa per dire, nel senso che quella roba lì era più che altro un vago rumore che non mi interessava realmente, e per fortuna direi. La luce la vidi a dieci anni, come già raccontai agli esordi del blog, ma poi restai nel buio del “brodo primordiale di MTV” (INQUI DOCET) non so perché e non so per quanto, passando attraverso orribili crisi adolescenziali in cui il pattume di certa musica italiana e poppettara nonché disco, in cui il meglio era rappresentato da  Ligabao, (e quindi immaginatevi il resto), mi stava seppellendo viva. Con disgusto e raccapriccio ricordo che nel 1990, quando andai ad un suo concerto per la prima volta (giacchè ne vidi almeno altri tre dopo) lo trovai pure un gran figo,  pensai che faceva bella roba (dio del rock se esisti perdonami) senza che MAI mi abbia sfiorato l’idea che il rocker (si vabbè) di Correggio era nient’altro che l’emule sfigato di quello che poi tornerà ad essere il faro che mi condurrà fuori dal tunnel, e che mi salverà la vita in generale, più e più volte.  Insomma, tutto ciò  mi stava trascinando definitivamente e inesorabilmente  verso il baratro. Credo anche che riuscii ad arrivare a toccarlo ben bene, sto baratro. Ed è verissimo quello che si dice in proposito, che quando tocchi il fondo poi puoi soltanto risalire, ed in effetti così fu.  Ma comunque questo è un altro discorso, che non mi sento ancora di affrontare. O forse è giunto il momento? Mi fa troppo male,  mi sembra di parlare di un alieno  che si è temporaneamente impossessato della mia persona.  Però mi piace pensare che probabilmente se sono riuscita a uscirne con una certa dignità significa che la mia anima in realtà aspettava soltanto di ascoltare qualcuno o qualcosa che finalmente le parlasse, la capisse, che  la riconoscesse fra i  dannati del girone infernale di Ligabao  e simili e la traesse finalmente  in salvo.  In fondo l’adolescenza è un periodaccio di confusione assoluta, segui la mischia, vuoi farti accettare dal gruppo, e se per esempio finisci in un gruppo di ragazze che ascoltano Masini e quelle ragazze in fondo ti stanno pure simpatiche e sono le tue amiche e insieme siete forti e vi divertite un sacco, beh allora dai può capitare che il primo concerto della tua vita sia in effetti un  concerto di quell’uomo lì che ho nominato primo il cui nome non riesco più a scriverlo una seconda volta su questo blog che si chiama Jersey Girl. Sì. E’ così per davvero. Capisco l’orrore che suscita un outing del genere, pensate a me che devo anche conviverci con questo ricordo ripugnante e farmene  una ragione. Queste poveracce mi avevano anche regalato una fascetta con scritto ***** (no, non ci riesco, ma si può tristemente immaginare), ma io ve lo  giuro che non l’ho MAI messa. E per questo mi hanno schifata l’intero concerto. Che peraltro mi aveva fatto veramente, ma veramente cacare. Hanno cominciato a sospettare che io non fossi proprio come loro quando mi sono rifiutata, con un secco e deciso NO! QUESTO QUI PROPRIO NO! di andare a sentire al teatro Ariston di Sanremo nientepopodimeno che Luca Barbarossa. Perché in fondo a tutto c’è un limite, anche alla mia imbecillità adolescenziale. Una di queste cervellute mi ha  tenuto il muso per diversi giorni, a causa delle mie esternazioni di disgusto nei confronti di quest’altro innominabile. La ribellione finalmente covava sotto la cenere. In questo momento penso alla Inqui e alla sua lotta contro le compagne di classe che ascoltavano i Duran e che sbavavano sulle foto di Simon Le Bon e capisco perché lei è venuta su come è venuta mentre io ho sprecato anni importantissimi annaspando nella piccola bottega degli orrori musicali. Poi per fortuna sono venuti gli anni buoni, ritrovai la via di casa un giorno qualunque in un negozio di dischi qualunque in cui gironzolavo in cerca di ispirazione, come spesso faccio ancora adesso, e quel giorno lì  acquistai il Greatest Hits del mio vecchio amore fanciullesco e allora la benedizione del dio del rock scese su di me e la mia vita cambiò, ma veramente e per sempre. Seguirono anni di corse forsennate a raccogliere sul mercato lecito e non tutto lo scibile umano riconducibile a Bruce, cd, vinili, libri, bootleg regalati da altri  sull’onda della pietà e anche per il fatto che per fortuna gli springsteeniani  godono tantissimo se possono diffondere il verbo duplicando e ragalando materiale ai principianti. Poi le corse a perdifiato sono continuate verso altri residenti dell’Olimpo del Rock, milioni spesi in cd, scoperte meravigliose, immenso gaudio e giubilo, e ancora non è finita perché quando il Rock si impossessa della tua anima c’è sempre qualcosa da imparare , da scoprire e che ti stupisce e questa per me è la gioia più grande. Comunque, seppure lunghissima questa era una premessa. Ora, io non mi aspetto che una coi miei orridi trascorsi possa essere convincente in quanto fruitrice di questo tipo di musica. Però francamente non capisco delle cose.

 

STORIA N. 1

Anni fa, quando intravidi la luce ma ancora arrancavo tra le pareti del tunnel (non è che ad uscirne uno impiega un attimo, ci vuole del sudore, e della fatica mica da poco), un bel giorno cedetti alle avances di un tipo che avevo conosciuto in discoteca. Ora, il mio processo di guarigione fu abbastanza violento all’inizio e quindi forse per rimuovere alcune nefandezze dalla mia memoria avevo cominciato a schifare con veemenza alcuni generi musicali, tra cui il neomelodico italiano capeggiato da Ramazzotti, Venditti, Pausini etc etc. Mi era montato su una specie di razzismo feroce nei confronti di chi ascoltava  quella poltiglia. Capite, c’era un trauma da rimuovere, non potevo essere accondiscendente e tollerante, non ancora. Ebbene questo pover’uomo, carino ma mortalmente noioso, per cercare di aggiustare le cose che francamente si stavano davvero mettendo male per lui, cercò di creare un po’ di atmosfera in auto, durante il viaggio di ritorno. Il che è una mossa piuttosto rischiosa dopo tre ore di tedio assoluto , ma avrà pensato “O la va o la spacca”. “Dai, mettiamo un po’ di musica?” Annuisco. Poi prosegue: “Chi è il tuo cantante preferito?” “Ah no aspetta, vediamo se indovino” e mi guarda ammicante. Mette qualcosa nell’autoradio, parte una melodia sconosciuta e poi sento quell’inconfondibile timbro adenoidale. “Ramazzotti, è il mio preferito. Ti piace vero Ramazzotti?” Attimo di riflessione nonché di disgusto. “NO.” “Ah davvero? Di solito alle ragazze piace….” Di solito alle ragazze noiose e inutili che frequenti tu, forse. “NO, MI FA SCHIFO.” “Beh dai come schifo?” “SI SI PROPRIO SCHIFO, E ANCHE PARECCHIO”. Toglie mestamente e rapidamente la cassettina. Silenzio imbarazzato (suo) e sguardo fisso (mio) fino alla fine del tragitto. Lui per ovvi motivi, io perché  non posso, non voglio, non riesco assolutamente a considerare l’idea di avere la faccia di una il cui cantante preferito è Ramazzotti.

 

STORIE VARIE N.2

 

Poi, durante gli anni di grazia, anche io ho affrontato le mie brave battaglie in difesa di Bruce e del rock, ho lottato contro chi pensava fosse solo quello di Born in the Usa, ho sguainato la spada contro chi voleva a tutti i costi vendermi Vasco come un grande artista e ottimo rocker (maddechè) anche nell’ultima versione che trovo di una banalità  imbarazzante (io il Vasco degli esordi lo salvo), ho litigato con chi confondeva gli Who coi Led Zeppelin, contro chi pensava che il leader dei Clash fosse Joe Drummer (D-R-U-M-M-E-R) e chi pensava che i Pink Floyd fossero noiosi, insomma ho fatto tutte quelle cose buone e giuste che non puoi evitare proprio di fare, quando sei nel vortice di una passione tanto forte. Con la maturità sono diventata più tollerante e quindi oggi come oggi spesso  lascio correre, tanto ormai io ho le mie certezze e so cosa mi può salvare dalla vita bastarda. La compassione verso questi poveri di spirito ha preso il sopravvento su certi sentimenti ostili, che comunque nutro ancora. Mi dispiace per loro, per quelli che non hanno mai percepito la vera bellezza in un assolo di chitarra, o che non hanno mai saputo cosa vuol dire sentirsi come se qualcuno spalancasse all’improvviso le porte della tua anima con un calcio violento.

 

STORIA N.3

 

Qualche mese fa approda nel mio ufficio una nuova collega, che starà con noi per un mese circa. Le viene affidata la postazione più sfigata, ovviamente, ma il pc che ha in dotazione invece è l’unico  ad avere  le casse funzionanti. Ed è il pc su cui io e la mia collega ascoltiamo abitualmente musica, nella fattispecie di Virgin Radio, sezione Rock Classic. Ammetto che è stata un po’ una mia imposizione: poichè sono una sottospecie di capo ufficio nel mio micro reparto ho fatto  valere un  la mia anzianità su questa cosa in fondo innocua . L’altra comunque ha sempre accettato di buon grado perché mi ha confessato che anche a lei piace il rock, per quanto so che non disdegna i Negramaro, e perciò lo dico con riserva. Ma comunque questa nuova collega dopo qualche giorno di Virgin Radio a nastro, mentre passano i Led Zeppelin mi fa “Ma quindi a te piace questa musica?” “Si mi piace molto, e più di tutti Bruce Springsteen”. Risata fragorosa. La guardo malevola e lei se ne accorge abbastanza. “No, scusami, rido perché io pensavo che fossi più tipo da MUSICA CLASSICA.” Cerco di domarmi. “Eh? E perché mai dovrei avere l’aspetto di una che ascolta Mozart??” “Così, non lo so, forse perché hai un aspetto raffinato, i colori delicati, il viso buono….”  Ecco lì. Da Ramazzotti, dopo dieci anni di duro impegno, ora passo per una che ascolta Chopin. Che rispetto a Ramazzotti sono mille miliardi di passi in avanti,  però dai…..perchè???

 

 

Da questi pensieri confusi ho tratto delle conclusioni, che fondamentalmente si possono riassumere in questo assioma :  l’amante del rock ha un aspetto, fa delle cose, ha degli interessi che non c’entrano una mazza con i miei. 

Qual è il problema? I miei tratti somatici? Dovrei essere una truzzona nera e tarchiata per essere credibile? Devo tacere il fatto che mi piace fare  shopping e che ogni tanto mi abbandono alle frivolezze delle riviste femminili? Che poi io faccia shopping anche e soprattutto nei negozi di dischi e in libreria immagino non conti agli occhi del popolo, giudice supremo ma anche parecchio bue. Dovrei andare  in giro sempre con lo scazzo alla risposta, lo spleen e la depressione post partum tutte insieme? Boh, comincio a pensare di essere uno strano guazzabuglio di robe incomprensibili ai più, o forse se uno passa l’adolescenza che ho passato io poi non può avere certe pretese. Certe tare, forse, rimangono per sempre. Forse, in fondo, è giusto e lecito  che la  mia edicolante mi guardi un po’ stranita quando compro il BUSCADERO insieme a TU STYLE.

Vabbè in fondo non mi interessa. Perchè queste due cose qui, questa mano e questa chitarra, sono le uniche al mondo che mi conoscono veramente, le uniche e sole responsabili della mia felicità di esistere, e a loro per fortuna  non importa se ogni tanto mi rilasso con qualche frivolezza.

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mercoledì, 22 luglio 2009

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Noi springsteeniani siamo un popolo nomade. Casa, per noi, è dove Bruce suona. Lo ha detto lui, ad un certo punto, durante l’incredibile show romano di domenica sera: “Veniamo da mille miglia per mantenere la nostra promessa, per costruire una casa di musica, spirito e rumore” Non ricordo le parole esatte, ma il senso era questo. Quel “veniamo” non era certo  riferito solo a se stesso e alla sua e street band, lui sa che noi lo seguiamo ovunque come fosse una stella cometa. E poi, le promesse si mantengo in due. Anche noi dobbiamo fare la nostra parte. Quindi, da fedele e incrollabile fan quale sono, ho intrapreso un viaggio folle al limite dello sfinimento. Sono partita di casa alle sette del mattino. Alle otto di sera ero davanti al porchettaro dello Stadio Olimpico, con in mano un panino salsiccia e crauti e nell’altra una birretta.Un classico da concerto. Giacchè sono una jersey girl, mica una fighetta. Ho macinato circa 5 ore di treno  e altrettante  di macchina, sopportando un caldo bestiale e disagi vari, ma d’altra parte un concerto di Bruce non avrebbe lo stesso sapore senza un po’ di sbattimento. Il Boss  bisogna guadagnarselo. Sudore per sudore. Cuore per cuore. A Pisa sono scesa per incontrarmi con il mio fedele compagno  di mille springsteeniane avventure,  il mio gancio, quello senza il quale avrei assistito a meno della metà dei concerti. Perché con lui un biglietto ci esce sempre.  Anche quando Bruce fa un’unica data  nei palazzetti, per dire. Una volta c’è uscito pure il pit di straculo, ovviamente quando io non c’ero. Manco a dirlo. E così, racimolati altri due pisani, si parte alla volta di Roma su una comoda fiat Multipla dove finalmente le mie gambe infinite ( e lasciatemelo dire, davvero scomodissime, almeno quando viaggio e vado al cinema) trovano pace. Niente autostrada Firenze Roma. Noi si fa la statale che costeggia il tirreno. TUTTA. Da Marina di Pisa a Civitavecchia. Così anziché risparmiare un’ora sottraendola al traffico della A1 ne perdiamo circa due tra Cecina e Fregene. Vabbè, un viaggetto on the road ci stava pure bene, nell’attesa. Mi sento uno spirito nomade fino al midollo, ci sono pure Dylan e Eddie Vedder in quest’auto. Fantastico. Districarci nel grande raccordo anulare  è stato eroico, per fortuna il navigatore satellitare portatile ci ha tratti in salvo e dopo qualche giro su noi stessi siamo giunti a destinazione. Ecco l’Olimpico, in tutta la sua magnificenza. Marco Polo a piedi avrebbe  fatto prima, però sono felice. Come un romano quando va a vedere ‘a maggica.

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 Lo stadio è un grande abbraccio ovale di gente, il prato brulica di teste. Tra poco tutto questo si trasformerà in un tempio del rock. Ed io sarò la, in mezzo alla festa più incredibile che si possa immaginare. Dopo un’ora e mezza di attesa snervante  le luci si spengono e partono le note di "C’era una volta nel West" di Morricone…pelle d’oca e labbro che trema. Quando entra Bruce piango, come ogni  volta. Il suo ingresso mi commuove sempre, è gioia ed è vita che esce fuori dagli occhi,  perché Bruce E’ LA MIA VITA, la racchiude tutta in 200 canzoni, mi conosce più di chiunque altro, e si prende cura della  mia anima da vent’anni almeno. Perché sì, c’è una canzone di Bruce per ogni momento della propria vita.  In quel preciso istante mi si spalanca il cuore e lo do in pasto a lui, che ne faccia ciò che vuole. L’olimpico è un unico corpo con cinquantamila anime. Si comincia con Badlands, al primo attacco siamo già esplosi in una orgasmica bolgia dantesca.

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Poi via avanti tra pezzi classici e qualche cosa dal nuovo album tra cui OUTLAW PETE, l’unico pezzo di WOAD che mi piace davvero.

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Bruce è in forma strepitosa. E’ praticamente un essere sovrannaturale. Per lui non vale nessuna legge fisica, nessuna regola di spazio e tempo, nessuna logica. Quella logica che vorrebbe un sessantenne sulla via del declino, ad esempio. Lui è ancora meglio che trent’anni fa. L’esperienza da palco, ma anche quella di uomo, ora fanno la differenza. Una fisicità eccezionale, un carisma potente, una carica di energia e di passione strabordante. Una voce roca e sempre perfetta, matura, potente, sensuale, che non conosce incrinature. Questa è l’essenza dei suoi show, i pezzi hanno un’importanza relativa. Almeno per me. Perché poi noi fan siamo dei veri rompicoglioni, diciamolo. Tutti vorremmo LA SCALETTA PERFETTA. La scaletta perfetta è composta da pochi brani del repertorio classico e parecchie chicche, roba che non fa da anni, roba che si ascolta dal vivo una volta su dieci, tipo Jersey Girl, The Promise, New York City Serenade, Thundercrack, Incident, ovvero quei pezzi del Bruce di nicchia che lo spettatore medio raramente conosce ( giuro, vicino a me c’era gente che non conosceva Kitty’s back) Infatti noi fan secolari ci dimentichiamo spesso che Bruce quando suona, suona per tutti, anche per chi non lo conosce poi così bene. Se facesse tutto THE WILD THE INNOCENT & THE E STREET SHUFFLE o GREETINGS FROM ASBURY PARK, tre quarti del pubblico resterebbe spiazzato. A me non fregherebbe una mazza di ciò, ovviamente, ma a  quanto pare a Bruce sì. Quindi durante lo show, ma soprattutto dopo, si mugugna come dei camalli genovesi. Poche perle, a Roma. E un acustica pessima. Sull’acustica niente da dire, è verissimo. Su una meravigliosa Atlantic City, quasi gospel, c’era un eco insopportabile che ha rovinato il pathos del pezzo. Però alla fine, come ho già detto, non mi importa un accidente né della scaletta né dell’acustica né delle richieste idiote di quelli del pit che probabilmente dopo ore di attesa sotto il sole cocente  avevano il cervello in pappa. E qui una digressione poco fine tocca farla. Dico io: tu che stai nel pit hai una sola occasione per richiedere un pezzo. UNA SOLA. Che già hai uno stramaledetto culo se Bruce sceglie un tuo cartello. Ma oltre al grande culo hai  anche  una dannata responsabilità  verso altri 49.999 fan, e ciononostante TU CHE FAI, GENIO CHE STAI NEL PIT? Innalzi un cartello con scritto “ Domani è il mio compleanno, compio 35 anni”. A parte che non ce ne frega una mazza. Ma il peggio è che Bruce lo vede, lo prende, lo mostra a tutti e noi restiamo di sale, esterefatti, e vorremmo solo prendere l’imbecille del pit e farne una maschera di sangue perché in quell’attimo abbiamo la certezza che la chance di sentire una perla si è miseramente polverizzata. Io e il mio gancio ci guardiamo con la disperazione negli occhi. Ora farà SURPRISE SURPRISE. E infatti la fa, e dalla nostra postazione si leva un coro unanime di insulti  verso l’imbecille del pit. Con tutte le straordinarie canzoni che Bruce non fa live da una vita, tu che scegli SURPRISE SURPRISE meriti il linciaggio. Il pubblico ludibrio. Se per caso mi leggi, sappi che noi, popolo springsteeniano d’annata, quello che si è formato con gli album dei primi anni 70 e che venderebbe la propria madre  per ascoltare un solo pezzo di THE WILD,  ti odiamo a morte. Per fortuna nel pit c’era anche gente che meritava. Una tipa assolutamente geniale. Una che i primi cinque minuti si è presa anche lei gli insulti d’ordinanza (“nvedi ‘sta zoccola, tipo) ma poi abbiamo dovuto ammettere che è stata davvero la numero uno. Lei, quando il capo attacca con  DANCING IN THE DARK, tira su il suo cartello colorato “ SHALL WE DANCE, MR BRUCE?”. Lui l’addocchia. E allora lo fa. Quello che non faceva da migliaia di anni, quello che ogni fan donna che si rispetti sogna di poter fare con lui da quando esiste l’album di BITUSA. Le allunga una mano e la tira  sul palco. E poi balla con lei. Esatto, come nel video dell’84. La Courtney Cox di Torvajanica. Poi la solleva in braccio e la riposa nella mischia. Io ingoio il mio fegato per intero e resto ammutolita. Ora, è chiaro che tutto quello che questa donna  farà nella sua vita da oggi in avanti non conterà più nulla.  E questo è elettrizzante e insieme terribile. La sua carriera di fan è finita, stop. Quasi quanto quel gruppo di ragazzi che in una calda notte romana di quattro anni fa incontrarono Bruce in giro per la città, e parlando parlando il nostro chiese loro di fargli da Cicerone. Ecco, dopo queste cose fare il fan di Bruce non ha più senso, ormai sei arrivato al vertice della tua carriera, servono nuovi stimoli. Chessò, vai a fare il fan dei Pearl Jam, o degli U2. Ma levati dalle palle.

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All’una e mezza, dopo tre ore di sanguigno rock del New Jersey , si accendono le luci. Bruce e la poderosa E Street Band salutano, distrutti, forse felici, sicuramente  consapevoli di averci regalato un sogno. Un sogno di Rock ‘n roll, un sogno salvifico, un momento in cui la vita si prende una pausa da te  e la felicità arriva come un vortice, ti solleva in alto, ti fa girare la testa, e tu trattieni il fiato, e speri che possa durare il più possibile. La sua promessa è questa, un patto di sangue che dura da trent’anni e che si rinnova in continuazione. Il Boss non delude mai. Questo amore reciproco che si libera durante i suoi show ha la carica esplosiva del tritolo ed una incredibile forza di coesione. Mi trascino sfinita verso l’uscita,  con la migliore delle droghe ancora in corpo. Dentro di me c’è ancora tanta energia e tanto entusiasmo per la vita, questa sera l’ho capito definitivamente. Nonostante tutte le difficoltà di questo periodo, qualche cosa c’è ancora che brucia sotto la cenere e che mi mantiene viva, molto più viva di tanti altri.  Non ho perduto la mia passione per le cose, sono ancora  decisamente ON FIRE.

 

giovedì, 11 giugno 2009

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(Lo so, lo so,  a noi povere springsteeniane questa foto ha provocato scompensi ormonali che manco una quindicenne, ora cerco di darmi un contegno e di guardare il tutto da una prospettiva artistica...)

Ecco uno stralcio della lunga intervista pubblicata sul settimanale VANITY FAIR, ad opera dell'ottimo giornalista e scrittore LEONARDO COLOMBATI(autore fra l'altro del recente libro su Springsteen "LIKE A KILLER IN THE SUN"), nonchè, come si intuisce, suo grandissimo fan. Anche il direttore del giornale in questione, il Sig. LUCA DINI, è un fervente springsteeniano e ha tenacemente voluto questa intervista, la prima che Bruce rilascia ad un settimanale italiano da tempo memorabile. Il pezzo mi è piaciuto molto, certo le domande non sono granchè ma si percepisce chiaramente che è stato scritto da chi Bruce lo conosce, lo ama e lo segue da una vita intera...Non per niene l'intervista è stata rilasciata a Colombati  proprio in occasione  dei recentssimi concerti svedesi, a cui lui ha assistito da fan. Mercoledì mattina ignara di tutto questo passo all'edicola sotto il mio ufficio per comprare il solito quotidiano e SBAM! Mi è preso un colpo! Felice come una bambina la mattina di Natale, ho scritto subito sul blog che il direttore tiene sul sito internet del giornale (www.style.it) ringraziandolo per la meravigliosa sorpresa e complimentandomi per il traguardo raggiunto . Tempo fa scrissi una mail sempre al sig. Dini in seguito ad un'intervista che pubblicarono su Patti Scialfa....così, per ridere... e lui  pubblicò DAVVERO il mio simpatico intervento così, nero su bianco... Cioè, UN MITO! Comunque anche questa volta il mio amico mi ha risposto e ho scoperto così che l'anno scorso a San Siro non era sulle gradinate a ballare insieme al resto della tribuna stampa, bensì sul prato col figlio di nove anni...perchè, dice, BRUCE E' UNO DEI POCHI MITI CHE GLI SONO RIMASTI. Caro direttore, posso darle torto??

...A settembre Bruce Springsteen compirà 60 anni... la prima cosa che gli chiedo è come fa...

«Come faccio a far cosa?», ride.

Sei praticamente in tour da dieci anni e negli ultimi sette hai pubblicato cinque album...
« ... credo di aver imparato a fare il mio lavoro in modo più efficiente... devo ringraziare soprattutto mia moglie Patti, che spesso resta a casa e si prende cura dei nostri figli».

In effetti, in questo tour europeo di ventisei date ... la signora Springsteen (Patti Scialfa, corista della E Street Band) non c'è, perché è alle prese con la fine della scuola e del college dei tre figli Evan (19 anni), Jessica (18) e Sam (15). La cosa incredibile è che... qualche sera fa in Olanda la metà del pubblico accorso al concerto di Bruce aveva l'età dei suoi tre ragazzi. «È vero, ed è meraviglioso», mi dice.
...

... La gente... sta vivendo un periodo di paura e di angoscia. Per questo nel nuovo tour suoni poche canzoni tratte dal nuovo album privilegiando il tuo repertorio più politico?
«Dal vivo voglio intrattenere il pubblico... ma voglio anche che lo show rifletta i tempi che stiamo vivendo...».
...

Da un po' di tempo... sfidi il pubblico a un gioco ribattezzato «spiazza la band»...
«La cosa è nata l'anno scorso quando ho preso dal pubblico dei cartelli con su scritti i titoli di un paio di mie canzoni. ...mentre scrivo la scaletta, lascio un paio di spazi vuoti. Quando vado a fare la raccolta dei cartelli, la band sa che può succedere di tutto...»
...

... Il fatto che la E Street Band sia più di un gruppo rock - una vera e propria famiglia - lo dimostra il fatto che a sostituire Max (Weinberg, il batterista) sia stato chiamato suo figlio Jay, che ... fino a due mesi fa suonava col suo gruppo heavy metal nelle palestre dei licei. «Jay è un fenomeno», si entusiasma subito Bruce...
Bruce non sa se sarà Jay o suo padre a suonare la batteria quando il tour arriverà in Italia. In programma ci sono tre concerti: il 19 luglio allo Stadio Olimpico di Roma, il 21 allo Stadio Olimpico di Torino e il 23 allo Stadio Friuli di Udine. Gli do la notizia che con Working on a Dream è diventato l'artista straniero che ha raggiunto più volte (dieci) il primo posto nella classifica italiana degli album.
«Wow... Il pubblico italiano è sempre stato uno dei più competenti, leali ed entusiasti».
...

L'ultima volta che ci siamo incontrati... abbiamo rievocato il tuo secondo concerto nello stadio milanese. È stato nel 2003...
«Ah, sì... Dopo un paio di canzoni è venuto giù uno dei diluvi più incredibili che abbia mai visto...eravamo preoccupati che un fulmine centrasse l'impianto elettrico. Ma non uno di voi sessantamila pazzi italiani s'è mosso di un centimetro, e così abbiamo continuato e ne è venuto fuori quello che io considero uno dei migliori cinque concerti della mia vita. ...».
...
...sono curioso di chiedergli come è cambiato il suo lavoro dopo la rivoluzione di Internet e l'arrivo di iTunes.
«... Sono sicuro che, se Shakespeare fosse vivo oggi, userebbe Internet»

DAL BLOG DEL DIRETTORE DI VANITY FAIR:

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Caro Direttore, benritrovato....Lo confesso, da un pò di tempo non compro più Vanity Fair. Sono fatta così, cambio spesso le mie letture...Poi, questa mattina mi fermo all'edicola sotto il mio ufficio e cosa vedo? Il Boss in copertina, intervista di Leonardo Colombati!! Non so dirle da quanto aspettavo questa cover story...anni. Quale occasione migliore quindi per rinnovare il mio affetto e la mia stima verso questo bel settimanale ? E' un regalo perfetto per perpararsi al meglio ai concerti di luglio. Mi farà compagnia a Roma e a Torino? Lo so direttore, c'era anche lei l'anno scorso sulle gradinate di San Siro a ballare insieme a tutta la tribuna stampa!

@theriver75

In tribuna stampa? Manco morto! Io ero sul prato, a saltare e cantare con tutti gli altri, compreso il mio figlio piccolo (all'epoca 9 anni), a cavalcioni sulle mie spalle, che si è tolto la maglietta come un rockettaro e a torso nudo ha cantato Born to Run.

 


venerdì, 22 maggio 2009

running

"...We'll run till we drop, baby we'll never go back
Will you walk with me out on the wire
`Cause baby I'm just a scared and lonely rider
But I gotta find out how it feels
I want to know if love is wild, girl I want to know if love is real..."

(....Correremo fino a cadere, piccola, non torneremo mai indietro
Camminerai con me sul filo
Perchè piccola, sono soltanto un viaggiatore spaventato e solo
Ma voglio sapere come ci si sente
Voglio sapere se il tuo amore è selvaggio
Ragazza, voglio sapere se l'amore è vero....)

CORRO, CORRO.  Sono le 19.00 e finalmente posso riordinare la scrivania, spegnere il pc e tirare il fiato. Siamo sotto redditi, e  l’unico orario di lavoro che riesco a rispettare è quello di uscita. Su questo proprio non transigo. Vado in bagno e mi infilo i pantaloni da running, indosso le mie nike e in un attimo sono pronta. Si va. Mi aspettano due kilometri e mezzo di lungomare all’andata e altrettanti al ritorno. CORRO, CORRO. Le gambe mi fanno malissimo dal giorno precedente, troppo acido lattico, troppi muscoli intorpiditi da risvegliare dal letargo invernale. E poi io non ho mai corso veramente. C’è stato il periodo dei roller blade, quello della bicicletta, quello più recente del walking. Però ora camminare a passo svelto non mi basta più. Una delle ultime volte che sono venuta qui per camminare, ho sentito l’impulso irrefrenabile di sollevare i piedi e di cominciare a correre. E così ho fatto. Ho cominciato a correre, e ora non posso più farne a meno. CORRO, CORRO. Il cuore batte sempre più veloce , non sono allenata, ho poco fiato. Però non mi fermo.  A quest’ora della sera c’è una brezza piacevole e il paesaggio è una tavolozza di colori che fa male agli occhi, tanto è bello. A volte me ne dimentico. Si sente fortissimo l’odore di salsedine, quasi da fastidio alle narici mentre cerco di respirare come mi hanno insegnato. L’ipod è pieno zeppo di canzoni che adoro: ho avviato la riproduzione casuale per provare il sottile piacere della sorpresa.  Mi accorgo che il mio corpo segue  il ritmo del pezzo, rallentando sulle note di NOT DARK YET di DYLAN e accelerando quando passa IMMIGRANT SONG dei LED ZEPPELIN. Dovrò creare una play list apposta per le mie sedute di running, temo (Sicuramente ci sarà BORN TO RUN). CORRO, CORRO. Avrò i battiti a 140, ma non mi importa, voglio correre fino a che non mi salterà fuori il cuore dal petto, voglio correre fino a che le gambe non si piegheranno in due per la sforzo. Non posso fermarmi adesso, perché ora finalmente sono più veloce di tutto, sono più veloce di quella matassa ingarbugliata che non riesco proprio a districare, sono più veloce della malattia di mio padre, dei soldi che ho perso lavorando duramente, del mio amore difficile,  degli orari massacranti in ufficio, della casa che non riesco a trovare, delle amicizie che hanno preso il largo senza capire il perché. CORRO, CORRO. Penso solo a come arrivare in fondo alla strada,  resto concentrata sul mio corpo, sul mio respiro, sulla fatica fisica che ho bisogno di sentire fino in fondo. Ce l’ho fatta. Sono tornata al punto di partenza. Faccio un po’ di stretching per dare sollievo ai  muscoli doloranti, e respiro a fondo, lentamente, osservando il tramonto sulla spiaggia deserta. Rivoli di sudore cominciano a scendere piano dalla fronte, raffreddando la pelle. Sento il cervello piacevolmente sgombro,   il corpo leggero e per circa cinque minuti ho la sensazione di essere in sintonia con qualcosa.

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domenica, 05 aprile 2009

musica

Amici di Maria. X Factor. Ormai la tv sta rimpolpando il mercato musicale attraverso un processo che è l’esatto contrario di quello che accadeva fino a poco tempo fa. Prima dei talent show, c’erano gli artisti che nessuno conosceva, fatta eccezione per la loro voce. Compravi il cd per quello che sentivi attraverso la radio, oppure attirato dalle recensioni sui giornali, o perché nel negozio di dischi hai ascoltato  in cuffia qualche pezzo e hai deciso che volevi quell’album. Insomma, una volta funzionava così il mercato della musica. Poi, se l’artista aveva successo, la tv al massimo lo chiamava per qualche ospitata in programmi più o meno vari, sfruttando una fama già costruita attraverso altri canali. Il massimo del trampolino di lancio era il Festival di Sanremo, ma chi da quel trampolino non riusciva a spiccare il grande salto si è dovuto arrangiare, spesso finendo nel dimenticatoio. Ora però questo percorso non è più così ovvio. Ora si prende dalla strada un ragazzo talentuoso qualunque, che da anni vince le gare di karaoke del bar sotto casa,  intrattiene i compaesani durante il periodo estivo delle sagre,  canta ai matrimoni degli amici. Lo si prende e lo si ripulisce un po’, gli si affiancano vocal coach di grande bravura e professionalità che in pochi mesi gli correggono intonazione, dinamica e qualche fioritura di troppo. Lo si mostra in tutta la sua banalità di ragazzo qualunque con tutti i suoi pregi e calcando la mano su tutti i suoi difetti, lo si mostra quando si incazza e quando va in crisi, quando si prende una cotta per la sua compagna di corso o quando litiga col professore che lo segue, si va ad intervistare la mamma, il fratello, gli amici, la ex fidanzata che raccontano senza alcun pudore di come a volte la vita sia stata dura con lui (e con chi non lo è?) e di quanto si meriti una opportunità come questa. Tutti elementi acchiappa simpatie. Se il ragazzo piace al pubblico, in poco tempo diventa un personaggio televisivo. Un personaggio televisivo che canta, e che magari è pure bravo nel farlo. Il pubblico del talent show comincia ad amarlo, lo vota durante le sfide, spende soldi per dare una possibilità a quel ragazzo qualunque di farcela, quasi come fosse una rivincita personale di chi sta al di qua dello schermo.  La fama c’è già prima del disco di esordio. E spesso  il disco d’esordio è un successo, perché sfrutta l’onda emotiva del ragazzo qualunque che ce l’ha fatta. Vedi Giusy Ferreri, Marco Carta, e i loro eredi appena arrivati di fresco. Personalmente non ho nulla contro questi talent show. Perché sono convinta che in fondo possono davvero fare del bene alla musica, pur non essendo senz’altro questo l’obiettivo di chi li produce. Ho seguito Amici e sto seguendo X Factor, soprattutto quest’ultimo mi piace come è strutturato : a differenza di Amici, in cui i litigi sono pompati ad arte dagli autori, X Factor da ampio spazio al talento, vero o presunto che sia, lasciando le polemiche a margine. Mi piace il fatto che  ai ragazzi in gara vengano assegnati pezzi importanti che fanno parte della storia della musica, vere perle che ognuno di noi dovrebbe conoscere: David Bowie, Alan Parson,  Ramones, George Benson, Bobby Hebb, CCCP, Ivano Fossati, Battiato, Anita Baker, Aretha Franklin. Su Dada molti di questi brani interpretati dai concorrenti di X Factor sono stati comprati e scaricati, e ciò dimostra che è di fatto possibile far conoscere ed amare Bowie anche a ragazzini venuti su a Tokyo Hotel. Sono d’accordo con la macchina dei Talent Show se si tratta di aprire altre strade, meno tortuose e più dirette, per chi vuole arrivare a vivere di questo. Non è facile oggi come oggi vivere di musica. Emergere dalla baraonda di chi ci prova e riuscire a vendere dischi è un’impresa titanica che coinvolge tanti aspetti importanti: la logica discografica che ragiona esclusivamente in termini di vendite, spesso a discapito della qualità; il talento artistico che molto spesso non è compreso o è comunque schiacciato da altri fattori; l’immagine dell’artista, che ormai nessun addetto ai lavori ignora più. Senza contare che chi sta dall’altra parte, ossia l’ acquirente di dischi, ha spesso difficoltà a spendere venti euro per un cd, soprattutto in tempi di crisi come adesso. Ben venga allora la mostruosa macchina della Tv che permette di affrontare tutti questi problemi a fama già costruita. Grazie alla popolarità acquisita come personaggio televisivo le case discografiche ti mettono già sotto contratto ancora prima che la trasmissione finisca, decidendo prima quanto investire,  a seconda di quanto fai presa sul pubblico. Io personalmente  non ho mai comprato  i cd di Giusy Ferreri né di Marco Carta, ma solo perchè non compro in generale quel tipo di musica, non è snobismo nei confronti loro. Questa è semplicemente una riflessione su come sta cambiando il mercato della musica, e di come la televisione stia in qualche modo facilitando un po’ la vita ad un mercato in crisi da tempo. Certo, poi ci pensa internet a fare strage di artisti, ma quello è un altro discorso.

Noemi era la mia concorrente preferita di X Factor:  una voce blues meravigliosa, una femminilità potente, un’ interpretazione sempre intensa e passionale . Però il pubblico votante e pagante l’ha voluta fuori. Manco a dirlo. L’aspetto più deleterio dei talent show è che fanno votare il pubblico da casa e così accadono cose terrificanti. Spero con tutto il cuore che nessuna casa discografica  voglia trasformare Noemi in un’altra Giusy Ferreri…Sarà un miracolo se riuscirà a conservarsi così strepitosamente blues. Questo pezzo è dei CCCP, ve lo ricordate?

 

 
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sabato, 28 febbraio 2009

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Ho sempre saputo di avere un’anima rock. Indiscutibilmente e assolutamente rock. L’ho capito a dieci anni, quando il mio cuore di bambina impazziva per BORN IN THE USA e per quel ragazzo affascinante, vigoroso, esaltante, che faceva urlare la sua Fender Telecaster (così si chiamava quella chitarra, mi spiegò mio cugino)  quasi come fosse una cosa viva.  Poi nell’adolescenza mi sono smarrita dietro gli idoli pop del momento, ma quella vena energica non l’ho mai persa. Tant’è che a vent’anni  ritrovo tutto quell’ardore, e lo amplifico a mille fino a farlo diventare la parte più riconoscibile di me. Divoro in pochi anni centinaia e centinaia di cd, “scopro” cose come i LED ZEPPELIN, THE WHO, JANIS JOPLIN, LOU REED. Mi riconosco in quelle voci potenti e graffianti, in quel ritmo che scrolla l’anima . Rinnego tutto il pop masticato senza nessuna vera partecipazione, ascoltato in superficie e tanto per ingannare il tempo…ed entro finalmente in una dimensione tutta mia, con un vestito che mi sta alla perfezione. Il rock rappresenta la mia parte più istintiva, le mie passioni più forti, come la rabbia o l’estrema gioia. Sentimenti che sono difficili e scomodi da gestire nella quotidianità. Così, da anni, li affido a lui. Ultimamente però ho imboccato una inaspettata svolta Blues,  in tutte le sue derivazioni. Sono completamente persa nelle voci strepitose di OTIS REDDING, SAM COOKE, NINA SIMONE, BILLIE  HOLIDAY, e in quel sound ...Il Soul, l’ R&B, il cosiddetto Motown, li conosco bene e li ascolto da anni.  Ma non ho mai avuto un trasporto così intenso verso la musica “black”. Il blues è più di ogni altra la componente fondamenale del rock, sto semplicemente facendo un cammino inverso ritornando alle sue radici,  perchè il rock nacque dalle ceneri del blues, ed ha continuato ad agire e ad evolversi sulla struttura del blues ritmico.  Ma, al di là di motivazioni  più o meno tecniche, le scelte musicali di questi ultimi mesi  hanno preso questa direzione perchè questo suond rappresenta  un’altra parte di me, altrettanto difficile da mostrare, e altrettanto scomoda. Ultimamente vivo momenti di profonda confusione, di caos assoluto, in cui non riesco a pensare con lucidità. Ho messo tutto sottosopra perchè avevo bisogno di ricominciare, di nuove direzioni da prendere,  ma adesso non so da dove partire per rimettere un po’ di ordine. Perchè fare rivoluzioni interiori è un'ottima cosa, ma poi è necessario cercare un nuovo assetto, un nuovo equilibrio. E questo ora come ora è un bel problema. La sera rientro a casa dopo venti minuti di strada che mi sforzo di percorrere a piedi, ogni giorno dopo l’ufficio, nonostante il freddo e il buio,  sperando che il movimento ritmico dei miei passi e il battito lievemente accelerato del mio cuore  ossigenino il mio cervello e mi aiutino a dipanare quel groviglio di pensieri che non mi fa respirare bene e che mi tiene sveglia la notte. Ma non basta. Così appena rientrata a casa metto sul piatto dello stereo  Otis Redding e per un po’ mi scordo di tutto. Alle prime note di " (SITTIN' ON) THE DOCK OF THE BAY” è come se cominciassi a fluttuare in un luogo che non ha né spazio né tempo, né alcun riferimento fisico, e allora poco alla volta lo stretto nodo che mi lega lo stomaco comincia ad allentarsi, le endorfine prodotte dallo sforzo fisico fanno il loro dovere, e per una manciata di minuti ho la sensazione che il mio corpo non mi appartenga più veramente. Come se pesassi solo 21 grammi. E’ così che il Blues è entrato nella mia vita, prendendosi la parte più emotiva e intima di me. E’ questo il motivo per cui è nato, molti anni fa, per lenire il dolore e la fatica degli uomini, ed è questo che ora sta facendo nella mia vita. Potrebbe essere un fatto di per sé  banale, ma non è così. La musica per me non è solo un intrattenimento, un piacere. E’ questo ma è anche (e soprattutto) molto più di questo. E’ la mia linfa insostituibile, una certezza, una presenza forte e costante, un braccio solido a cui aggrapparmi quando zoppico, quando le mie  gambe  tremano nello sforzo di tenermi in piedi, è l’amplificatore della mia felicità di esistere, di essere viva qui, oggi,  in questo preciso momento, con tutto il casino che sono.

OTIS REDDING - MY GIRL- LIVE

 

martedì, 27 gennaio 2009

shoa

Non serve scivolare nella retorica, non serve inorridire il telespettore con immagini scioccanti  e impossibili da sostenere durante la messa in onda di un tg all'ora di pranzo, non serve trasmettere una settimana di film ispirati all'Olocausto, non servono trasmissioni tv che cercano un facile odience mandando in onda ancora una volta la morte, quella morte, La morte per eccellenza, quella con la M maiuscola. Non serve. Non si può dimenticare qualcosa che appartiene alla memoria di tutti. Io voglio ricordare attraverso la poesia di una canzone che lacera il cuore ad ogni nota, che fa piangere l'anima senza gridare, che omaggia le vittime di una crudeltà inenarrabile con delicatezza e rispetto. Auschwitz (Canzone del bambino nel vento) è una canzone scritta da Francesco Guccini nel 1964. I Nomadi hanno poi cantato questa canzone, a partire dalla loro incisione nel live con Francesco Guccini del 1979 "Album Concerto". C'è molto Dylan, anche qui, (non per niente qualcuno lo definì come "colui che influenzò ogni cosa"), che Guccini tra l'altro ascoltava in quel periodo. Auschwitz rimane ancora oggi un inno di pace, un monito alla coscienza umana e una eterna domanda senza risposta. Il protagonista è un bambino, uno uguale a mille altri, che non trova spiegazione in quella sua innocenza ammazzata, che non riesce a capire, che non potrà mai perdonare.

  Son morto con altri cento, son morto ch' ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento....

Ad Auschwitz c'era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d' inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento...

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento...

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento...

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà...

Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà